Consiglio di stato , sez. VI, 26 novembre 2007, n. 6028(*)

Conferma Tar Lazio, 4 maggio 2002, n. 3871

                  

Fatto

1. Con il ricorso di primo grado (n. 9709/98) i comuni di San Sosti, S. Donato di Ninea, Grisolia, Santa Domenica Talao e Laino Borgo, in persona del rispettivi Sindaci, nonché numerosi cittadini dei comuni stessi, adivano il TAR per il Lazio, impugnando il D.P.R. 2.12.1997, concernente la "riperimetrazione del Parco nazionale del Pollino" e l'allegata cartografia.

2. Con la sentenza in epigrafe specificata, l'adito TAR dichiarava il ricorso, in parte, inammissibile e, in parte, lo respingeva in quanto infondato.

3. Avverso tale sentenza, ritenuta erronea ed ingiusta, è stato interposto l'odierno appello, con il quale i ricorrenti sopra specificati, nel criticare le statuizioni rese dai primi giudici, hanno rimodulato nella sostanza, sia pure attraverso più articolate argomentazioni, le censure già mosse nel gravame introduttivo.

Ricostituitosi il contraddittorio nella attuale fase giudiziale, la Federazione della Caccia ha prodotto un'articolata memoria, sviluppando ed integrando le argomentazioni svolte nell'appello e concludendo per il suo accoglimento.

4. Alla pubblica udienza del 10 luglio 2007 la causa è stata, infine, assunta in decisione.

Diritto

1. Il ricorso odierno è volto nella sostanza ad ottenere, attraverso la riforma della sentenza impugnata, l'annullamento del D.P.R. in data 2.12.1997 (adottato a seguito dell'annullamento di altro precedente decreto disposto dal T.A.R. Lazio con sentenza 18.9.1997 n. 1434) con il quale, come sopra accennato, è stata prevista la "nuova perimetrazione" del Parco nazionale del Pollino con riguardo ai territori dei comuni calabresi di Castrovillari, Laino Borgo, Morano Calabro, Normanno, Papasidero, Saracena e San Sosti".

2. Avverso l'impugnata decisione - con la quale il T.A.R. del Lazio ha respinto il proposto gravame, ritenendo infondate tutte le censure in esso dedotte - vengono ora proposte doglianze che in gran parte ripropongono i rilievi mossi nel giudizio di prime cure, doglianze che possono essere così sintetizzate:

a) avrebbero errato i primi giudici che, dopo avere riconosciuto che nel perimetro del Parco sono state incluse anche aree antropizzate, hanno ritenuto che l'art. 32 della legge n. 394/1991 - nel prevedere la possibilità di istituire aree contigue alla aree protette - ha consentito che dette aree possano essere incluse direttamente nel perimetro del Parco, sulla base di una motivata scelta discrezionale dell'Amministrazione; non sarebbe vero, peraltro - diversamente da quanto osservato dal T.A.R. - che la possibilità di istituire aree contigue rientra nel potere discrezionale dell'Amministrazione statale, giacché l'art. 32 della L. n. 394/1991 attribuisce il potere e le facoltà di istituire dette aree alle Regioni, d'intesa con gli enti locali interessati e con gli organismi di gestione delle aree naturali protette, soggetti questi che nella specie sarebbero stati invece "spogliati del loro potere riservato";

b) il TAR avrebbe errato anche nel respingere la censura di violazione dell'art. 5 n. 2 lett a) L.R. Calabria n. 9/1996 - dedotta nei motivi aggiunti al ricorso originario - che prevede una quota massima del 24 per cento del territorio agro-silvo- pastorale della Provincia a protezione della fauna selvatica.

3. Tali doglianze non possono essere condivise.

3.1. Prima di passare all'esame di esse, giova osservare, in generale, che i procedimenti, come quello oggetto della controversia de qua, devono essere certamente improntati al rispetto del principio di leale collaborazione, coinvolgendo la istituzione dei parchi nazionali varie competenze, sia dello Stato che delle Regioni.

Per quanto riguarda la controversia che qui interessa la prima fase del procedimento, ovvero quella che avvia le procedure per creare uno specifico Parco nazionale, riguardando la cura di un interesse non frazionabile regione per regione, rileva essenzialmente della competenza statale, quale espressione di tale interesse, competenza (il cui esercizio è finalizzato alla tutela dei valori protetti dall'art. 9 Cost.) che può essere organizzata in modo che trovino espressione punti di vista regionali e locali, quale integrazione degli elementi valutativi a disposizione dell'istanza nazionale decidente.

E in proposito sarebbe contraddittorio, rispetto al carattere nazionale dell'interesse ambientale e naturalistico da proteggere, ritenere che sia costituzionalmente dovuto l'assenso o l'intesa regionali o locali dotati di forza giuridicamente condizionante.

Infatti, come disposto dall'art. 8, comma 1, viene provveduto, con apposito D.P.R., su proposta del Ministro dell'Ambiente, sentita la Regione, all'istituzione e alla delimitazione definitiva dei parchi nazionali.

3.2. Sulla base di tali considerazioni, il rilievo sopra specificato al punto a) deve esser disatteso.

In relazione alla inclusione delle aree antropizzate nel perimetro del Parco, nel provvedimento impugnato sono adeguatamente spiegate le ragioni della scelta operata, nel senso cioè che l'attività di tutela di un'area di alto valore naturalistico, come quella del Pollino, non poteva obiettivamente realizzarsi senza la previsione di zone di collegamento, costituenti aree di raccordo funzionale e di ammortizzazione tra le modalità di gestione territoriale applicate all'esterno dell'area protetta del parco stesso.

Detta scelta, come evidenziato dal Giudice di primo grado, non può, d'altra parte, ritenersi illogica, giacché escludere in assoluto l'inserimento nel perimetro del Parco di zone antropizzate comporterebbe la pratica impossibilità nel territorio italiano di costituire parchi nazionali, non essendo in esso rinvenibili contesti esenti da un rapporto più o meno ampio con gli insediamenti abitativi umani; né il predetto inserimento appare in contrasto con la legge 6.12.1991 n. 394, perché se è vero che l'art. 32 prevede la possibilità di istituire aree contigue alle aree protette, è anche vero che tale scelta rientra nel potere discrezionale dell'amministrazione e non esclude che dette aree possano invece essere incluse direttamente nel perimetro del parco, allorché, sulla base di una motivata e non illogica scelta dell'amministrazione medesima, risulti meglio rispondente alla tutela delle aree protette.

In ogni caso, deve ribadirsi in proposito che la decisione iniziale del procedimento istitutivo di un parco nazionale, rileva essenzialmente della competenza nazionale, la quale non è condizionata dall'intesa o dall'assenso degli enti locali interessati, pur potendo organizzarsi in modo che trovino espressione i punti di vista regionali e locali.

Dal procedimento seguito nella fattispecie non emerge dunque alcuna "spoliazione di potere riservato" alla Regione e agli enti locali, come denunciato nell'appello, dal momento che appare evidente dalla eseguita istruttoria che tali enti siano stati sentiti e le loro proposte siano state adeguatamente vagliate e, in parte, anche accolte.

3.3. Privo di pregio è anche il motivo sopra precisato alla lettera b).

La legge n. 344 dell'8.10.1997 ha previsto l'istituzione - con apposito decreto del Presidente della Repubblica, sentita la Regione e gli enti locali interessati - del Parco nazionale del Pollino, essendo di rilievo nazionale i compiti e le funzioni in materia di parchi naturali, attribuiti allo Stato dalla legge 6.12.1991 n. 394.

Le funzioni esercitate mediante il provvedimento impugnato, disciplinate dalle norme ora richiamate, non attengono di certo in via esclusiva alla tutela di interessi relativi all'esercizio dell'attività venatoria, quanto ad interessi collegati alla difesa di valori rilevanti sul piano ambientale e paesaggistico; e ciò, non nel senso che gli interessi rilevanti nella disciplina della caccia siano estranei alla tutela dell'ambiente, ma piuttosto nel senso che gli interessi volti ad istituire il Parco vengono a collocarsi in una prospettiva di tutela del territorio e dell'ambiente assai più ampia, nella quale il divieto di caccia ha un rilievo non esclusivo, anche se comunque importante.

La fissazione di limiti percentuali di territorio (provinciale o regionale) sottratto all'attività venatoria assume, dunque, rilevanza nell'esercizio delle funzioni riguardanti la materia faunistico-venatoria (in particolare di quelle di programmazione) che si realizzano con la predisposizione dei piani faunistici a cui fanno cenno i ricorrenti; ma tali limiti non possono condizionare l'esercizio delle altre funzioni attinenti ad interessi che coinvolgono i territori su cui si svolge l'attività venatoria e, quindi, quelle riguardanti la difesa e valorizzazione dei beni ambientali.

La funzione relativa alla perimetrazione del territorio dei parchi non soggiace, pertanto, ai limiti ed alle prescrizioni in materia di caccia, derivanti dalle disposizioni di cui alla legge n. 157 del 1992, che non pongono di certo un limite massimo al territorio suscettibile di protezione, bensì impongono di destinare in ogni caso, anche in assenza di aree di particolare valore naturalistico, una determinata superficie di territorio a protezione della fauna.

In tale ottica deve convenirsi con quanto statuito dal TAR Lazio, secondo cui gli atti di programmazione generale dello Stato, delineanti le aree di interesse nazionale ricadenti in territorio regionale, non possono soggiacere ai limiti e prescrizioni dettate dalla Regione in materia di caccia, in quanto operano su piani diversi, con la conseguenza che i primi non possono ritenersi incisi o limitati da quelli adottati dalla Regione stessa in materia di caccia.

La problematica del rispetto degli indicati limiti percentuali, in definitiva, non ha riflessi al di fuori dell'ambito di attività di programmazione in materia venatoria e non condiziona le funzioni inerenti la tutela di interessi pubblici diversi.

Circa la dedotta la violazione dell'art. 5, comma 2, lett.a) della L.R. Calabria n. 9/1996, sull'assunto che l'estensione del Parco nazionale del Pollino sarebbe in contrasto con la previsione della predetta legge regionale, la quale prevede "una quota massima del 24 per cento del territorio agro-silvo-pastorale della Provincia a protezione della fauna selvatica...", deve concludersi dunque per la sua infondatezza, sulla base delle considerazioni sopra svolte in relazione a quanto previsto dalla legge n. 157 del 1992.

Anche i rilievi mossi con l'ultimo motivo ora esaminato - ribaditi ed ampiamente sviluppati nella memoria della Federazione Italiana della Caccia - devono essere dunque disattesi.

4. Alla stregua delle considerazioni che precedono il ricorso in esame deve essere respinto.

 



(*) Il testo della sentenza è stato abbreviato a fini didattici.