REPUBBLICA ITALIANA       N. 3451/08 REG.DEC.

          IN NOME DEL POPOLO ITALIANO    nn. 1517-1987 REG. RIC.

Il  Consiglio  di  Stato  in  sede  giurisdizionale   Quinta  Sezione       ANNO 2001

ha pronunciato la seguente

D E C I S I O N E

sui ricorsi in appello riuniti nn. 1517-1987/2001 R.G. proposti: a) il primo, da ASSODEMO – Associazione del Dettaglio Moderno, CATINO Vincenzo, TRISMARKET s.a.s. di Lorenzo A&O, GROSS MARKET s.r.l., SEA s.r.l., SECCIA Pietro e FALCONETTI Pietro, nelle persone dei rispettivi rappresentanti legali p.t., rappresentati e difesi dagli avvocati  Mario Sanino e Luigi Paccione, con domicilio eletto presso lo studio Sanino in Roma, Viale Parioli n. 180; b)  il secondo, dalla REGIONE PUGLIA, in persona del Presidente p.t. della Giunta Regionale, rappresentata e difesa dall’avv. Giuseppe Cipriani, con domicilio eletto presso la Delegazione romana della Regione Puglia in Roma (avv. Chiara Ricci), Piazza dell’Oro n. 3;

c o n t r o

1) per l’appello n. 1517/2001:

il COMUNE DI BARLETTA, in persona del Sindaco p.t., rappresentato e difeso dall’avv. Isabella Palmiotti  dell’Avvocatura Comunale e per elezione domiciliato presso lo studio dell’avv. Benito Panariti in Roma, Via Celimontana n. 38;

la REGIONE PUGLIA, in persona del Presidente p.t. della Giunta Regionale, non costituita in giudizio;

2) per l’appello n. 1987/2001:

il sig. Bartolomeo TATO’, rappresentato e difeso dal prof. avv. Franco Gaetano Scoca, come sotto elettivamente domiciliato;

e nei confronti

per l’appello di cui sub 1):

del sig. Bartolomeo TATO’, rappresentato e difeso dal prof. avv. Franco Gaetano Scoca ed elettivamente domiciliato presso il suo studio in Roma, Via G. Paisiello n. 55;

di PRIME REND s.r.l., in persona del legale rappresentante p.t., non costituita in giudizio;

per l’appello di cui sub 2):

del COMUNE DI BARLETTA, in persona del Sindaco p.t., non costituito in giudizio;

dell’ASSODEMO-Associazione al Dettaglio Moderno, ZAGARIA Antonia Clelia, FALCONETTI Pietro, CIAO s.r.l., SECCIA Pietro, CASH & CARRY AMICO s.r.l., TORRE Nicola, non costituiti in giudizio;

ove occorra, del COMMISSARIO AD ACTA DOTT. ANTONIO NUNZIANTE, non costituito in giudizio;

per l’annullamento e/o la riforma

della sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia, Sez. II, n. 3966 del 12 ottobre 2000;

Visti gli atti di appello con i relativi allegati;

Visti gli atti di costituzione in giudizio delle parti resistenti;

Visti gli atti tutti della causa;

Relatore, alla pubblica udienza del 15 giugno 2007, il Consigliere  Francesco GIORDANO;

Uditi gli avvocati Sanino, Panariti per delega di Palmiotti, e Scoca;

Ritenuto in fatto e considerato in diritto quanto segue:

F A T T O

A) Ricorso in appello n. 1517/2001.

Espongono gli appellanti che, con istanza del 24 gennaio 1995 il sig. Bartolomeo Tatò chiese il rilascio di nulla osta, per l’apertura di un centro commerciale in Barletta, alla Via Trani n.19.

A seguito del perfezionamento del silenzio-rifiuto, tipizzato dalla legge regionale n. 32/1995 (art. 5, comma 4°), l’interessato non propose alcun ricorso, ma diffidò la Regione a pronunciarsi sull’istanza.

Il sig. Tatò poiché la diffida rimase priva di riscontro,  censurò (con ric. n. 1093/97) il (preteso) silenzio-rifiuto dinanzi al T.A.R. Puglia, sede di Bari, il quale, con ordinanza n. 421 del 15 maggio 1997, accolse la domanda di sospensiva e, con successiva ordinanza n. 738 del 24 luglio 1997, dispose la nomina di un Commissario ad acta per la pronuncia, in luogo della Regione, su detta istanza di nulla osta.

Il Commissario ad acta concesse il richiesto nulla osta, sulla base del quale il competente dirigente comunale autorizzò l’istante ad aprire il centro commerciale de quo.

Avverso la delibera commissariale n. 137/97 di concessione del nulla osta insorsero sia la Regione che il Comune, oltre a piccoli e medi commercianti correnti in Barletta, i quali si opposero al gravame chiedendone il rigetto.

Contro la menzionata delibera commissariale propose ricorso (n. 1305/98) anche la società Prime Rend a r.l., censurando, altresì, quale atto presupposto, la concessione edilizia in sanatoria n. 312 del 6/8/1996 rilasciata alla Tatò Paride S.p.A., con cui era stata sanata la variazione d’uso da industriale a commerciale del compendio immobiliare sito in Barletta, alla Via Trani n. 19.

Con successivo ricorso (n. 2270/99) l’Assodemo ed altri piccoli e medi commercianti impugnarono il provvedimento comunale n. 392 dell’8 aprile 1999, con cui il dirigente Ufficio Licenze aveva autorizzato il sig. Tatò all’apertura del Centro Commerciale.

Il giudice adito, riuniti i tre ricorsi, accolse quello proposto dal sig. Tatò avverso il silenzio-rifiuto (n. 1093/97), dichiarò inammissibile il ricorso proposto contro il nulla osta commissariale (n. 1305/98), in parte respinse ed in parte dichiarò inammissibile il ricorso proposto avverso l’autorizzazione commerciale (n 2270/99).

La sentenza in epigrafe forma oggetto del presente atto di appello, per i motivi di diritto di seguito indicati.

Nella sezione prima, con riferimento alla parte della decisione recante reiezione del ricorso n. 2270/99, si trascrivono in via preliminare le censure dedotte in primo grado.

Si assume che il T.A.R. non avrebbe tenuto conto dell’incompatibilità urbanistica, denunciata con i vari ricorsi, e che avrebbe errato nel dichiarare tardiva l’impugnazione del condono. Erano, poi, pendenti altre domande di autorizzazione, tra cui quella della Prime Rend che sarebbe dovuta essere esaminata comparativamente con quella del Tatò.

Nella sezione seconda, con riguardo alla parte della sentenza recante accoglimento del ricorso n. 1093/97 proposto dal sig. Bartolomeo Tatò, si rileva l’errore commesso dal T.A.R. Puglia nel qualificare la fattispecie all’esame in termini di silenzio-rifiuto, avuto riguardo alla circostanza che la legge regionale (n. 32/95, art. 5, comma 4) configura un vero e proprio provvedimento tacito di diniego e non già di silenzio inadempimento.

Concludono, dunque, gli istanti con la richiesta di riforma della gravata sentenza di primo grado, spese vinte.

In resistenza al gravame il costituito Comune di Barletta ha argomentato in senso contrario alle tesi delle appellanti, auspicando la conferma dell’impugnata sentenza con la condanna al pagamento delle spese e competenze di lite.

Anche il sig. Bartolomeo Tatò si è opposto all’appello, denunciandone la pregiudiziale inammissibilità e sostenendone l’infondatezza nel merito, con la richiesta di rigetto dell’impugnativa con ogni conseguenza di legge anche in ordine alle spese di giudizio.

B) Ricorso in appello n. 1987/2001.

Avverso la sentenza n. 3966/2000 della seconda sezione del T.A.R. per la Puglia anche l’Autorità regionale ha proposto appello, affidandolo ai seguenti motivi in diritto:

1) Inesistenza dell’obbligo di provvedere. Violazione dell’art. 4, comma 1, lettera c) della L.R. 2/5/1995, n. 32. Violazione dell’art. 14 della stessa legge.

2) Inesistenza dell’obbligo di provvedere sotto altro profilo. Violazione dell’art. 5, comma 4 della L.R. n. 32/95. Inammissibilità del ricorso.

3) Violazione e malgoverno dell’art. 10 della L.R. n. 32/95 e del procedimento di rilascio del nulla osta commerciale. Erroneità per falsità dei presupposti. Difetto di motivazione.

In sintesi, la Regione Puglia sottolinea la mancanza di compatibilità urbanistica dell’intervento proposto dal sig. Tatò, nonché il valore di rigetto del silenzio serbato dall’Amministrazione sull’istanza dell’interessato, evidenziando, infine, la concorrenza di altre due domande rimaste ingiustamente pretermesse.

Ha concluso l’Amministrazione regionale chiedendo l’accoglimento dell’appello, con la riforma dell’impugnata sentenza, spese vinte.

Ha resistito il sig. Bartolomeo Tatò, argomentando in ordine ai singoli motivi di appello e chiedendo il rigetto dell’appello, con ogni conseguenza di legge anche in ordine alle spese di giudizio.

D I R I T T O

In via preliminare, evidenti ragioni di connessione inducono il Collegio a disporre la riunione degli appelli in epigrafe, al fine di poterli decidere con una medesima sentenza.

A) Appello n. 1517/2001.

Il controinteressato sig. Bartolomeo Tatò evidenzia, in via pregiudiziale, un vizio di inammissibilità suscettibile di inficiare il presente gravame, vale a dire la mancanza di legittimazione dell’ASSODEMO e degli altri singoli commercianti ad appellare la sentenza n. 3966/2000 del T.A.R. Puglia. 

L’eccezione è fondata.

In effetti, con riferimento alla veste di interventrice ad opponendum assunta nel giudizio di primo grado (ric. n. 1093/97), non risulta che detta Associazione possa far valere un’autonoma situazione sostanziale pregiudicata dalla decisione, che la legittimi a proporre appello contro  la sentenza in epigrafe.

Al riguardo, la giurisprudenza amministrativa è concorde nel ritenere che l’interventore ad opponendum, ancorché non controinteressato (in senso formale), è legittimato ad impugnare la sentenza quando risulti titolare di una propria ed autonoma posizione giuridica soggettiva, e non di un semplice interesse di fatto, vale a dire allorché vanti un interesse qualificato che lo renda controinteressato in senso sostanziale,  intendendosi per tale il soggetto che sia portatore di un interesse qualificato alla conservazione dell’assetto recato dal provvedimento impugnato e di natura uguale e contraria a quello del ricorrente (Cfr. Cons. Stato, Sez. IV, 2 aprile 2004, n. 1826, 23 gennaio 2002, n. 397, 7 luglio 2000, n. 3801, 11 dicembre 1997, n. 1386; A.P., 24 luglio 1997, n. 15 e 8 maggio 1996, n. 2; Sez. VI, 7 settembre 2004, n. 5843; Sez. V, 1 luglio 2002, n. 3599).

E’, altresì, principio costantemente affermato in giurisprudenza che le associazioni di categoria sono legittimate ad impugnare atti concernenti singoli associati, solo se ed in quanto gli stessi concretino anche una lesione dell’interesse collettivo statutariamente tutelato da dette associazioni, giacché, altrimenti, l’azione si tradurrebbe in una non consentita sostituzione processuale (cfr. Cons. Stato, Sez. IV, 2 aprile 2004, n. 1826).

Infatti, le associazioni di categoria sono per definizione legittimate ad agire e resistere in giudizio per la tutela degli interessi collettivi dei propri associati e, quindi, ad impugnare gli atti assunti come lesivi di tali interessi, sempre che facciano valere interessi appartenenti all’intera categoria e che gli interessi individuali degli iscritti o degli appartenenti alla categoria siano univocamente conformi a quello a tutela del quale l’associazione agisce, e non siano in contrasto, neanche potenzialmente, tra i vari iscritti (cfr. Cons. Stato, Sez. IV, 15 giugno 2004, n.4020).

In altri termini, le associazioni di settore sono legittimate a difendere in sede giurisdizionale gli interessi di categoria dei soggetti di cui hanno la rappresentanza istituzionale o di fatto, non solo quando si tratti di violazione di norme poste a tutela della professione stessa, ma anche ogniqualvolta si tratti di perseguire comunque il conseguimento di vantaggi, sia pure di carattere puramente strumentale, giuridicamente riferibile alla sfera della categoria, con l’unico limite derivante dal divieto di occuparsi di questioni concernenti i singoli iscritti ovvero capaci di dividere la categoria in posizioni disomogenee (cfr. Cons. Stato, Sez. IV, 27 aprile 2005, n. 1940).

In virtù, invero, del principio generale secondo cui l’interesse collettivo deve identificarsi con l’interesse di tutti gli appartenenti alla categoria unitariamente considerata, e non con gli interessi individuali o specifici di singoli associati o gruppi di associati, deve escludersi la legittimazione a ricorrere delle associazioni di categoria quando le stesse facciano valere in giudizio gli interessi peculiari di una sola parte dei propri associati e non della totalità dei propri componenti, trascurando quelli, eventualmente, di segno contrario.

Deve perciò condividersi l’assunto che pone l’apertura di un centro commerciale al di fuori della sfera di interesse di un’intera categoria, in quanto, se è vero che una siffatta struttura può restringere gli spazi di mercato degli operatori commerciali insediati nel Comune interessato, è parimenti innegabile che essa è in grado di offrire anche la possibilità di attivare altri esercizi commerciali. Con la conseguenza che potrebbe essere pregiudicato l’interesse di alcuni commercianti , ma non quello comune di tutti gli appartenenti alla categoria (cfr. Cons. Stato, Sez. IV. n. 1826/2004, cit.).

L’Assodemo -la quale ha sede nel Comune di Barletta e si propone di rappresentare e tutelare gli interessi economici, sociali, culturali e morali dei soggetti imprenditoriali e professionali che esercitano, nel territorio della provincia di Bari, attività di impresa o lavoro autonomo nel settore del commercio e dei servizi- associa solo alcuni degli operatori del settore, pertanto non può pretendere di rappresentare l’intera categoria dei commercianti che esercitano la propria attività nel Comune di Barletta.

L’appello si rivela, comunque, inammissibile anche con riferimento ai singoli commercianti che hanno sottoscritto il ricorso, atteso che essi non hanno dimostrato in alcun modo di essere titolari di un interesse qualificato e differenziato, che abbia subito una concreta lesione quale diretta conseguenza del rilascio delle impugnate autorizzazioni.

L’appello va, perciò, dichiarato inammissibile, al pari del ricorso n. 2270/99 proposto in primo grado. Di conseguenza, deve essere annullata la sentenza del giudice di prime cure, nella parte in cui ha respinto il ricorso n. 2270/99.

B) Appello n. 1987/2001.

Con il primo motivo di doglianza l’Autorità appellante  censura il comportamento del Sindaco del Comune di Barletta che, in violazione del disposto di legge, ha trasmesso alla Giunta regionale la domanda di apertura di un centro commerciale, presentata dal sig. Tatò il 24 gennaio 1995, priva del certificato di compatibilità urbanistica, ma corredata soltanto del certificato attestante l’avvenuta richiesta di condono, in data 3/3/1995, volta ad ottenere il mutamento di destinazione d’uso da industriale a commerciale dell’immobile interessato dall’intervento.

Si afferma che la Regione non era obbligata ad esaminare la domanda, in mancanza dell’accertamento comunale riguardante il prescritto requisito della compatibilità urbanistica.

Al riguardo, il giudice di prime cure ha invece sostenuto che la Regione aveva l’obbligo di pronunciarsi, in quanto la domanda autorizzatoria risaliva al 24 gennaio 1995 e, quindi, a data anteriore all’entrata in vigore della legge regionale n. 32 del 2 maggio 1995, mentre il sig. Tatò aveva già chiesto il 3 marzo 1995 al Comune la concessione in sanatoria che è stata rilasciata in data 6 agosto 1996 e trasmessa il successivo 12 agosto, ragion per cui i tempi tecnici impiegati dall’Amministrazione non potevano cadere a suo detrimento.

L’assunto del primo giudice non può essere condiviso.

Non potendo, invero, revocarsi in dubbio che la normativa sopravvenuta fosse pienamente applicabile alla fattispecie in esame, in base ai principi che regolano lo ius superveniens nel procedimento amministrativo, si osserva che, a norma dell’art. 4, comma 1° della legge regionale n. 32/95, il Sindaco era tenuto a trasmettere alla Giunta regionale tutte le richieste di apertura di esercizi e centri commerciali sottoposte a nullaosta            -secondo la disciplina di cui agli artt. 26 e 27 della legge 11 giugno 1971, n. 426- purché gli interessati risultassero in possesso dei requisiti di legge, tra cui quello previsto dalla lettera c), cioè che l’area o l’immobile indicato avesse la prescritta destinazione urbanistica.

Ai sensi del successivo art. 14, comma 1° della menzionata legge regionale, l’esame della domanda di nullaosta in sede regionale poteva avvenire solo se l’ubicazione commerciale fosse “prevista in area o immobili compatibili per insediamenti commerciali al dettaglio. In difetto, la domanda si intende respinta.

Orbene, è un fatto non controverso che alla data di presentazione della domanda (24/1/1995) il sig. Tatò fosse sprovvisto del certificato di compatibilità urbanistica, così come non può negarsi che detto certificato mancasse anche alla successiva data del 3/3/1995, in cui il sig. Tatò aveva presentato la richiesta di sanatoria, che ovviamente non poteva ritenersi sostitutiva del certificato in questione.

Pertanto, a prescindere dai tempi tecnici occorsi all’Amministrazione per il rilascio del titolo, la mancanza alla data della domanda del prescritto certificato di compatibilità urbanistica, comportava non solo che il Sindaco non potesse trasmettere alla Regione la domanda del sig. Tatò con i documenti allegati, ma che la domanda stessa non poteva essere esaminata in sede regionale, dovendo invece intendersi respinta nel caso in cui l’intervento risultasse previsto in area non compatibile per insediamenti commerciali al dettaglio.

Il disposto della legge applicabile alla fattispecie era chiaro e non lasciava adito a dubbi di sorta, sicché erroneamente il giudice di prime cure ha accolto la tesi di parte ricorrente.

Anche il secondo motivo di doglianza coglie nel segno.

La Regione appellante censura l’assunto del giudice a quo, secondo cui anche dopo la scadenza del termine assegnato dal legislatore per provvedere, l’Autorità amministrativa poteva ugualmente pronunciarsi sull’istanza del privato ed anzi aveva l’obbligo di concludere il procedimento con un provvedimento espresso, ai sensi dell’art. 2 della legge n. 241 del 1990.

Pur concordando sul fatto che la Regione Puglia, anche dopo la scadenza del termine di sei mesi, conservava il potere di pronunciarsi sull’istanza del sig. Tatò, nega l’istante che sussistesse un obbligo regionale di concludere il procedimento con un provvedimento espresso, dal momento che la legge regionale n. 32/95 prevede che il procedimento possa concludersi con un provvedimento implicito negativo.

Osserva il Collegio che l’art. 28 della legge n. 426 del 1971 prescrive che i sindaci trasmettono alla Giunta regionale la documentazione relativa alle domande da sottoporre alle procedure previste dagli articoli 26 e 27, per le quali si richiede il nullaosta (comma 1°), e che “la decisione sul nullaosta deve essere adottata entro sessanta giorni dalla data di ricezione della richiesta” (comma 2°).

Conformemente a quanto stabilito dal legislatore statale, l’art. 5, comma 1° della legge regionale n. 32/95 dispone che “la decisione sul nullaosta deve essere adottata dalla Giunta regionale entro sessanta giorni dalla data di ricezione della richiesta da parte del Comune.

La differenza fra le due discipline, quella statale e quella regionale, consiste nel fatto che, mentre la prima nulla prevede nel caso di infruttuoso decorso del termine assegnato all’Amministrazione per provvedere sull’istanza del privato, la seconda statuisce che trascorsi sei mesi dalla data di presentazione della domanda, senza che la Giunta regionale abbia deciso sul nullaosta, la domanda si intende respinta (art. 5, comma 4°, L.R. n. 32/95).

Si tratta, dunque, di una valutazione legale tipica della fattispecie che ha consentito al legislatore regionale, nell’esercizio della potestà legislativa ripartita o concorrente al medesimo spettante e senza stravolgere o modificare sostanzialmente i principi sanciti dalla normativa statale in subiecta materia, di introdurre una norma che conclude il procedimento attribuendo all’inutile decorso del termine di sei mesi il significato di una situazione eguale a quella conseguente ad un provvedimento negativo implicito, vale a dire di una determinazione reiettiva della domanda di nullaosta presentata dall’interessato.

Discende da quanto sopra che il sig. Tatò, dopo la scadenza di un semestre dalla presentazione della domanda di nullaosta, non poteva interpretare l’inerzia della Regione alla stregua di un ordinario silenzio-rifiuto o di un silenzio-inadempimento, secondo la normativa, applicabile al caso di specie, vigente anteriormente al d. l. 14 marzo 2005 n. 35, conv. nella l. 14 maggio 2005 n. 80, art. 3, comma 6 bis, attivando la procedura prevista in tal caso dalla legge (art. 2 l. 7 agosto 1990 n. 241, testo originario, e art. 25 T.U. 10 gennaio 1957 n. 3 – Cons. Stato, Ad. Plen., dec. 10 marzo 1978 n. 10) per indurre l’Amministrazione a pronunciarsi espressamente sulla sua istanza, ma aveva l’onere di censurare  nel termine decadenziale il silenzio-rifiuto formatosi sulla sua domanda, pur conservando la Regione Puglia il potere di adottare un provvedimento espresso anche dopo la scadenza del termine di sei mesi contemplato dalla citata legge regionale.

Per altro verso non può, invocarsi, al riguardo, l’art. 2 della legge n. 241 del 1990, a norma del quale “ove il procedimento consegua obbligatoriamente ad un’istanza, ovvero debba essere iniziato d’ufficio, la pubblica amministrazione ha il dovere di concluderlo mediante l’adozione di  un provvedimento espresso.

Occorre, invero, tenere presente che tale disposizione sottende, comunque, l’accertamento di un obbligo di provvedere in capo all’Amministrazione, obbligo che, peraltro, nel caso di specie non sussisteva, in quanto, come si è visto, l’istanza prodotta non era corredata del prescritto certificato di compatibilità urbanistica.

Né rileva, allo stato degli atti, richiamare il D.Lgs. 31 marzo 1998, n. 114, che, in vista di una riorganizzazione della materia, ha inteso regolamentare, in via transitoria, situazioni pregresse che ancora risultavano pendenti, pur essendo corredate di tutta la prescritta documentazione.   

Il legislatore ha, infatti, stabilito, al comma 5° dell’art. 25 di tale testo normativo, che le domande di rilascio delle autorizzazioni di cui agli artt. 26 e 27 della legge n. 426/71, già trasmesse alla Giunta regionale per il prescritto nullaosta alla data del 16 gennaio 1998 e corredate a norma secondo attestazione del responsabile del procedimento, dovevano essere esaminate con provvedimento espresso entro centottanta giorni dalla suddetta data.

La suddetta disposizione, ad avviso del Collegio, non trovava applicazione al caso di specie, atteso, da un lato, che la domanda prodotta dal sig. Tatò doveva ritenersi ormai definita con un comportamento silente dell’Amministrazione tipizzato dal legislatore regionale alla stregua di un provvedimento negativo implicito; e, dall’altro, che l’istanza in questione era stata già esaminata e decisa, in sostituzione della competente Autorità regionale, dal Commissario ad acta con deliberazione n. 137 in data 9 dicembre 1997, cioè anteriormente all’entrata in vigore del decreto legislativo in questione.

Il terzo mezzo di gravame non incontra il favore del Collegio.

Lamenta  la Regione Puglia che il Commissario ad acta incaricato dal giudice amministrativo non solo si discostò dal parere sfavorevole espresso dalla Commissione regionale per il Commercio nella seduta del 17 ottobre 1997, ma dispose il rilascio del nullaosta commerciale direttamente a favore del sig. Tatò, omettendo di considerare che per lo stesso bacino concorrevano altre due domande, che erano in attesa di essere esaminate.

In proposito osserva il Collegio, condividendo la statuizione del primo giudice, che il parere della Commissione regionale per il Commercio ha carattere obbligatorio ma non vincolante.

Inoltre, si precisa che l’art. 13 della legge regionale n. 32 del 1995, nel dettare i criteri per l’esame delle richieste di nullaosta da parte della Giunta regionale, fa riferimento all’ipotesi di domande concorrenti nello stesso Comune, e non già nello stesso bacino, secondo quanto del resto previsto dall’art. 30 della legge n. 426 del 1971, espressamente richiamato, nel citato art. 13 e che appunto contempla il caso di domande concorrenti nello stesso Comune.

Nel caso di specie erano presenti, con la domanda del sig. Tatò, quelle delle società a r.l. Prime Rend e Mercurio, delle quali però la seconda era interessata al territorio del Comune di San Ferdinando di Puglia, anziché di Barletta.

La Prime Rend, invece, con nota del 22/1/1996 aveva ricevuto notizia, sia pure in sede istruttoria, della mancanza dei requisiti di cui all’art. 4, lettera c) della L.R. n. 32/95, che rendevano la sua istanza inaccoglibile stante il divieto dell’art. 55 della L.R. n. 56/80.

La società è rimasta, tuttavia, inerte di fronte ad una siffatta comunicazione negativa, così come, del resto, ha omesso di proporre appello avverso la sentenza n. 3966/2000 del T.A.R. per la Puglia, Sede di Bari. 

In conclusione, l’appello in esame va accolto e, per l’effetto, in riforma della sentenza di primo grado, va dichiarato inammissibile anche il ricorso n. 1093/97 proposto dal sig. Bartolomeo Tatò.

Le spese del presente giudizio vanno poste a carico del sig. Tatò e liquidate come in dispositivo.

P. Q. M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Sezione V,

previa riunione degli appelli in epigrafe, così dispone:

  1. pronunciando sull’appello n. 1517/2001, lo dichiara inammissibile, al pari del ricorso di primo grado n. 2270/99, ed annulla la sentenza impugnata nella parte in cui ha respinto il ricorso medesimo;
  2. accoglie l’appello n. 1987/2001 e, per l’effetto, dichiara inammissibile il ricorso n. 1093/97.

Condanna il sig. Bartolomeo Tatò a corrispondere alla Regione Puglia la complessiva somma di euro 3.000,00 (tremila/00), a titolo di spese ed onorari del presente grado di giudizio.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’Autorità amministrativa.

Così deciso in Roma, il 15 giugno 2007, dal Consiglio di Stato in s.g. (Sez. V) riunito in Camera di Consiglio, con l'intervento dei seguenti Magistrati:

Raffaele IANNOTTA                              PRESIDENTE

Raffaele CARBONI                              CONSIGLIERE

Chiarenza MILLEMAGGI COGLIANI    CONSIGLIERE

Caro LUCREZIO MONTICELLI            CONSIGLIERE

Francesco GIORDANO est.                 CONSIGLIERE

ESTENSORE    IL PRESIDENTE

F.to Francesco Giordano   F.to Raffaele Iannotta 

IL SEGRETARIO

F.to Agatina Maria Vilardo 
 

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

L’11-07-08

(Art. 55 L. 27/4/1982, n. 186)

p.IL DIRIGENTE

f.to Livia Patroni Griffi 
 
 
 

                                                                                                                 1517-1987/2001



MGR